Regole per il buon governo.

carta_suoli toscana 1 250KLa riforma della legge regionale sul governo del territorio, Convegno organizzato dalla Regione Toscana, Firenze, 20 novembre 2013.

Il convegno è stato organizzato per esporre e discutere i contenuti della proposta di legge  recentemente approvata dalla giunta regionale e sottoposta al voto del Consiglio, dopo gli interventi del Presidente della Regione, Enrico Rossi, e dell’assessore all’urbanistica Anna Marson sono intervenuti nelle diverse sessioni:  Marco Cammelli, Alberto Chellini, Edoardo Salzano, Salvatore Lo Balbo, Gampiero Maracchi, Vezio De Lucia, Giovanni Caudo, Gianfranco Venturi, Paolo Maddalena, Raffaele Potenza, Massimo Morisi, Raffaella Mariani.  Dopo i numerosi interventi nelle varie sessioni  ha concluso Anna Marson .

Ecco gli interventi di Vezio De Lucia e di Edoardo Salzano, nonché quello di Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale della Fillea CGIL  (da Eddyburg).

VEZIO DE LUCIA, Procedure di pianificazione ed efficacia dell’azione di governo.

0. Voglio dirlo subito, senza problemi. Sono convinto che siamo di fronte a una svolta storica: a 50 anni dalla drammatica sconfessione di Fiorentino Sullo e a 35 anni dall’illusione della legge Bucalossi, la Toscana riprende l’iniziativa della riforma, e stavolta ci sono le condizioni per cogliere l’obiettivo.

1. L’innovazione fondamentale della proposta di riforma urbanistica che stiamo discutendo risiede nel procedimento pianificatorio volto a porre un freno al consumo del suolo. A tal fine è prevista, com’è noto, la rigorosa perimetrazione del territorio urbanizzato. In breve, ogni comune provvede a dividere in due parti il proprio territorio: quella urbanizzata e quella rurale. All’interno del territorio urbanizzato deve essere concentrato ogni intervento di nuova edificazione o di trasformazione urbanistica. All’esterno, non sono mai consentite nuove edificazioni residenziali. Sono invece possibili limitate trasformazioni di nuovo impianto per altre destinazioni, solo se autorizzate dalla conferenza di pianificazione di ambiti di area vasta [(art. 4 c. 6), ovvero ambiti sovracomunali (art. 27)], cui spetta di verificare che non sussistano (anche nei comuni limitrofi) alternative di riuso o riorganizzazione di insediamenti e infrastrutture esistenti.

Finisce così, ha dichiarato il presidente Rossi, la stagione degli ecomostri e delle villette a schiera. Una dichiarazione da non dimenticare.

Il pregio della proposta toscana si coglie appieno confrontandola con le proposte di legge per il contenimento del consumo di suolo che sono finora 13 (8 alla Camera e 5 al Senato), presentate da quasi tutte le forze politiche e dal governo. I dispositivi previsti sono in genere molto complicati, certe volte bizzarri, o addirittura controproducenti.

2. A questa prima e prioritaria innovazione è strettamente connessa quella che riguarda il superamento del cosiddetto pluralismo istituzionale paritario, cioè la presunzione di assoluta equivalenza fra la Regione e gli altri poteri locali, stoltamente perseguita dalla Toscana negli anni passati. Una concezione esasperata e perversa dell’autonomia istituzionale, figlia delle modifiche alla Costituzione del 2001, con il solo e inutile intento di captatio benevolentiae nei confronti di Bossi, dei leghisti e della mitologia federalista allora dilagante, e senza uno straccio di valutazione critica. In Toscana, in conseguenza del pluralismo istituzionale paritario, è stato di fatto impedito alla Regione di operare interventi sulle proposte di trasformazione del territorio decise dai Comuni, anche se in contrasto con gli strumenti di pianificazione disposti dalla stessa Regione.

Nella nuova legge, per superare il malinteso pluralismo paritario, i provvedimenti adottati sono:

In primo luogo, la già citata conferenza di copianificazione (art. 24) d’area vasta [o sovracomunale] cui spetta di decidere intorno all’impegno di suolo all’esterno del territorio non urbanizzato. Alla conferenza partecipano la Regione, la Provincia, il Comune proponente e gli altri comuni ricadenti negli ambiti sovraccomunali che saranno individuati dal Consiglio regionale;

In secondo luogo, il rafforzamento dei poteri della conferenza paritetica interistituzionale (artt. 45 sgg.), organo destinato a comporre i conflitti tra i soggetti che operano in materia di governo del territorio. La conferenza era già prevista dalla precedente legge 1/2005 ma, incredibilmente, proprio in ragione della presunta assoluta parità fra i livelli istituzionali, non aveva il potere di rendere cogenti le decisioni assunte. La rinnovata conferenza interistituzionale è invece dotata dei poteri necessari ad assicurare il recepimento delle proprie conclusioni. E il parere negativo della Regione è vincolante.

3. Altre importanti innovazioni della riforma urbanistica toscana, che è impossibile approfondire in quest’occasione, sono:

– la riorganizzazione delle procedure e delle regole relative all’informazione e alla partecipazione (rafforzando i poteri d’intervento regionali);

-l’istituzione del monitoraggio dell’esperienza applicativa della legge e della sua efficacia;

–  l’introduzione del suggestivo concetto di «patrimonio territoriale»;

–  l’immissione delle politiche abitative fra i contenuti della pianificazione urbanistica;

– il rafforzamento delle regole di prevenzione e mitigazione dei rischi sismici e idrogeologici;

– la valorizzazione dell’attività agricola e del mondo rurale;

– la correzione del lessico (il «regolamento urbanistico» diventa più correttamente «piano operativo»);

– la riduzione dei tempi della pianificazione (gli attuali 6 anni in media per i piani comunali dovrebbero ridursi a 2);

-l’adeguamento della legislazione regionale al Codice del paesaggio;

– la collocazione nel loro spazio fisiologico di strumenti come la compensazione, la perequazione, gli accordi di programma, che in altre Regioni determinano conseguenze efferate.

È una lista che prefigura una qualità senza confronti dell’azione regionale.

Qui apro una parentesi ricordando che nel Lazio, Regione pure governata, dal marzo scorso, da un’amministrazione di centrosinistra, la politica urbanistica continua a essere incentrata sul famigerato «piano casa» ereditato dalla precedente giunta Polverini. Un provvedimento al quale si cerca, assai stentatamente, di apportare modifiche migliorative, che continua però a essere caratterizzato dalle deroghe agli strumenti urbanistici, deroghe tanto pervicacemente diffuse da configurare un vero e proprio ordinamento alternativo a quello della pianificazione ordinaria. [Qualunque precedente destinazione può essere trasformata in alloggi: come nel caso, in Comune di Roma, dell’ex Consorzio Agrario al quartiere Marconi (che oggi ospita la Città del Gusto e un cinema multisala) e dell’ex fabbrica Buffetti alla Magliana (un quartiere mostruoso dove si raggiungono densità di mille abitanti/ettaro)].

4. Torno alla proposta di cui discutiamo affrontando un argomento che, secondo me, merita di essere approfondito, quello della pianificazione territoriale di livello intermedio, fra Regione e Comuni. Cominciando del piano territoriale di coordinamento di competenza provinciale, uno strumento tra l’altro in Toscana mai amato (la legge 142/1990 che lo istituisce fu anche oggetto di ricorso della Regione alla Corte costituzionale), privo di effettiva cogenza, una sorta di piano paesistico attenuato (con elementi del piano di bacino), nella migliore delle ipotesi un repertorio di buone intenzioni. Mi pare che la discussione sulla proposta di riforma urbanistica non possa ignorare questo nodo, anche se l’incertezza circa il destino delle Province – intorno al quale si susseguono confuse proposte governative – probabilmente non consente soluzioni definitive.

Comunque, un ragionevole punto di partenza per avviare una riflessione potrebbe essere quello degli ambiti di area vasta (art.4, c. 6; art. 27) per ora un mero e generico riferimento territoriale (indispensabile per decidere in ordine alle eventuali edificazioni nello spazio aperto). In effetti, la proposta di riforma urbanistica non ne definisce in alcun modo né la natura né le dimensioni né altro, limitandosi a fissare per la loro individuazione la scadenza di 180 giorni dall’approvazione della legge. Un po’ poco per una questione di grandissima importanza ai fini del buongoverno del territorio.

Vale la pena allora di chiedersi se non sia conveniente cogliere quest’occasione per attribuire agli ambiti di area vasta anche una qualità istituzionale, riconoscendo cioè a essi la titolarità di poteri pianificatori, trasformandoli insomma in attori della pianificazione intercomunale (artt. 22 sgg.). Almeno in via sperimentale. In tal modo contribuendo, tra l’altro, al superamento del piano strutturale comunale che troppo spesso appare inadeguato (comuni conurbati, di ridotta superficie territoriale, con problemi di infrastrutturazione irrisolvibili a scala locale).

5.  Anche Anna Marson ha rivendicato il legame della sua proposta di riforma con i principi che animarono le riforme e i tentativi di riforma dei primi anni Sessanta [il concetto di patrimonio territoriale sostituisce gli elenchi di beni culturali e aree protette, così come la nozione di centro storico sostituì l’individuazione dei singoli edifici di valore monumentale].

La filosofia riformatrice rivendicata dall’assessore Marson mi pare ottimamente espressa da alcuniparagrafi della relazione:

«La crisi economica, e più nello specifico la crisi finanziaria degli enti locali e la riduzione dei posti di lavoro e delle retribuzioni, comporta oggi il rischio di un «prevalere» delle scelte di investimento, di qualunque natura esse siano, rispetto a una valutazione ponderata dei pro e contro le diverse ipotesi di trasformazione e messa in valore dei territori in un’ottica di sostenibilità di lungo periodo e di prospettiva territoriale più ampia. Questa situazione espone i territori locali all’elevata volatilità degli investimenti, con il conseguente rischio del mancato prodursi di effetti positivi sull’economia reale, e al prodursi di crisi più profonde e ricorrenti.

«A fronte di tale scenario l’esercizio del potere decisionale da parte di un solo attore istituzionale, espone al rischio della «cattura del regolatore», ovvero della subordinazione di chi è tenuto a rappresentare gli interessi collettivi a interessi di parte. La cosiddetta «filiera della pianificazione» è stata dunque resa più trasparente e coerente, affinché soggetti istituzionali, cittadini e attori economici possano partecipare, ognuno per le proprie funzioni, alla costruzione e gestione di decisioni nelle quali rappresentanza formale e rappresentanza sostanziale degli interessi collettivi coincidano il più possibile».

Che io sappia, è la prima volta che un provvedimento di legge dichiaratamente si sottrae al «ricatto della congiuntura», il machiavello che da mezzo secolo si utilizza per dirottare su un binario morto qualsivoglia proposta davvero innovativa. Il pretesto è che in tempo di crisi economica (ma è sempre tempo di crisi) non è possibile mettere mano ad autentiche riforme]. E con chiarezza denuncia il rischio di opacità che si corre quando a decidere è un solo soggetto (la cattura del regolatore).

Meglio di così mi pare impossibile.

EDOARDO SALZANO, Perché e come contrastare il consumo di suolo.

Il tempo che è stato concesso ai nostri interventi mi obbliga a essere sintetico, perciò in buona parte apodittico. Spero che questo non nuoccia alla chiarezza.

Il suolo è un bene prezioso, oggetto di utilizzazioni molteplici

Perché è necessario contrastare il consumo di suolo? Credo che in primo luogo occorra assumere piene consapevolezza del fatto che il suolo è un bene prezioso per ciò che esso è, per le sue caratteristiche proprie:

– è la pelle del pianeta, il substrato delle comunità biologiche, l’infrastruttura materiale della vita,

– è il palinsesto della storia delle civiltà umane,

– è l’habitat della società umana, il suo sistema insediativo

Da queste sue caratteristiche discendono le molteplici potenziali utilizzazioni del suolo per la razza umana:

– il ciclo della biosfera,

– il deposito di risorse naturali utili all’uomo

– la produzione degli alimenti,

– l’habitat dell’uomo,

– la testimonianza e l’insegnamento della storia delle civiltà

Le trasformazioni della civiltà umana hanno prodotto, soprattutto negli ultimi secoli, un pesante processo di trasformazione che ha privilegiato, rispetto alle altre utilizzazione, quella finalizzata all’uso del suolo come habitat dell’uomo nella forma dell’urbanizzazione: abbiamo inventato e progressivamente esteso la città, che è divenuta al tempo stesso gloria e dannazione della civiltà umana.

Oggi constatiamo che il suolo si sta gradatamente ma velocemente trasformando in quella che Antonio Cederna definiva la “repellente crosta di cemento e asfalto” .

Il ruolo della rendita

Decisivo in questo mortifero processo sono stati due elementi:

– la mancata consapevolezza di consapevolezza del valore del suolo comebene (come patrimonio da gestire con parsimonia), e non come merce

– il ruolo che ha via via assunto la rendita urbana: più precisamente, la sua appropriazione privata

La potenzialità economica della rendita nell’economia capitalistica borghese, e soprattutto in quella post-borghese, ha escluso, ed esclude via via più decisamente, gradualmente le altre possibili utilizzazioni (oltre a cancellare quella che io definisco la “città dei cittadini”: quella cioè finalizzata al ben-essere e ben-vivere dei suoi abitanti)

Come contrastare

Per contrastare il consumo di suolo dobbiamo tener conto che esso ha molte forme

– il land grabbing, cioè l’accaparramento dei terreni e del loro uso da parte di poteri esterni alle comunità locali

– l’asservimento della produzione agricola al ciclo energivoro dell’economia opulenta, mediante la produzione esclusiva di biomasse

– la distruzione materiale della naturalità, della bellezza e della storia mediante, cioè la sostituzione della pelle del pianeta con la “repellente crosta di cemento e asfalto”.

E’ su quest’ultimo aspetto che vorrei soffermarmi, tenendo conto che non è l’unico, che tutti vanno combattuti e che solo una visione complessiva può consentire il formarsi le alleanze necessarie per vincere.

Il punto di svolta

Mi pongo una prima domanda: Quando il consumo di suolo è diventato un problema, un aspetto rilevante dei processi di degrado dell’ecosistema planetario che già la cultura ecologista aveva denunciato?

Il punto di svolta è stato rappresentato dagli orribili anni 80, le cui prime radici si sono potute vedere in Italia nelle “controriforme” del decennio precedente.

Ecco le cinque parole chiave del degrado:

1. La “perequazione”, intesa e praticata come spalmatura dell’edificabilità

2. l’invenzione dei “diritti edificatori”, termine fino ad allora completamente estraneo sia al linguaggio corrente che al mondo del diritto e a, teorizzata e praticata nel PRG di Roma targato Rutelli e Veltroni

3. la “vocazione edilizia” come attributo del suolo,

4. il “trionfo della rendita urbana, magistralmente analizzata da Walter Tocci

5. l’abbandono della pianificazione, il cui emblema e stato costituito dalla la legge di Maurizio Lupi.

Il punto di svolta è stato insomma determinato dall’onda globale del neoliberismo aggravata nella sua versione italiana a causa di due elementi nostrani

– il ruolo della rendita nel nostro paese

– la debolezza della pubblica amministrazione dello stato unitario

Abbiamo capito tardi

Mi pongo una seconda domanda: perché la gravità del fenomeno è stata avvertita così tardi?

E’ una domanda che mi pongo da quando, nel 2004, abbiamo cominciato a preparare la prima edizione della Scuola di eddyburg e ci siamo accorti che cultura, politica e amministrazioni non consideravano lo sprawl un grave pericolo da combattere. Mi sono convinto che questo ritardo sia addebitabile soprattutto a 4 cause:

1. L’egemonia conquistata dall’ideologia della crescita indefinita (lo “sviluppismo”)

2. La decadenza della politica e il suo appiattimento sul giorno per giorno,

3. La distrazione della gran parte dei saperi specialistici dagli aspetti propri della pianificazione delle città e del territorio

4. Il prevalere nell’accademia della formazione di tecnici per la gestione dei processi in atto (facilitatori) anziché di intellettuali dotati di spirito critico e quindi propositori di strade alternative

Le cose sono cambiate

Oggi il “No al consumo di suolo” è diventato uno slogan di massa: il peggioramento delle condizioni materiali, i risultati del saccheggio in nome della rendita hanno suscitato reazioni estese di protesta e di puntuale proposta alternativa

Ma “No al consumo di suolo” è diventato anche una parola passepartout, come è accaduto per le parole sostenibilità, sviluppo, e perfino con la parola democrazia.

Dobbiamo porre la massima attenzione attenti ai falsi profeti, ai lupi mascherati da agnello.

Grande confusione sul “che fare”

Le commissioni parlamentari sono affollate di proposte legislative, alcune chiaramente volte a convalidare le scelte perverse che hanno causato il saccheggio del territorio, altre semplicistiche e velleitarie, altre infine mutuate da esperienze di altri paesi il cui contesto è profondamente diverso dal nostro.

La confusione non è un buon segno, perché allontana dalla buona soluzione. Eppure la situazione e gravissima ed è urgente dire “stop al consumo di territorio nella pratica.

Molto si può già fare, a tutti i livelli. Ma a tutti i livelli è in primo luogo necessario disporre di:

– una visione strategica, quindi alternativa rispetto alla miopia prevalente oggi

– un dispositivo che leghi tra loro i diversi livelli di governo: le istituzioni della Repubblica, stato, regioni, province e città metropolitane, comuni.

-l’attivazione di procedure che consentano di dare voce informata e consapevole al “popolo sovrano”, coinvolgendolo nel processo di decisione

A livello comunale

Molte esperienze di autocontenimento del consumo di suolo con gli strumenti della pianificazione urbanistica: Il Prg di Napoli del 2004 e, in Toscana il piani di Lastra a Signa e quello di Sesto fiorentino nel 2004 e 2005: ma ce ne sono certamente altri.

A livello regionale

Due parole sulla proposta di modifica della legge 1/2005 approvata dalla giunta regionale della Toscana

Un testo che mi sembra esemplare soprattutto per tre aspetti:

1. assegna priorità alla tutela e al riconoscimento del valore del patrimonio comune rispetto alle trasformazioni. Voglio sottolineare che questo “riconoscimento” postula un massiccio impiego di lavoro in tutti i settori connessi alla manutenzione del suolo

2. esprime in termini chiari le buone intenzioni confusamente espresse nella legge precedente e, soprattutto, le traduce in dispositivo efficace e tassativo

3. pone in termini corretti e produttivi l’integrazione delle competenze dei vari livelli di governo: il tema complesso ma decisivo di un’interscalarità nel processo delle decisioni che corrisponda alle differenti scale di rilevanza degli aspetti del territorio e del loro governo

E’ un testo normativo che merita di essere indicato come modello per ogni legge regionale in materia e di essere assunto (soprattutto per le sue definizioni) come matrice di una nuova legislazione nazionale

A livello nazionale

Ma è certamente necessario un intervento normativo a livello nazionale, non solo perché non tutta l’Italia è come la Toscana Lo ha ruicordato con efficacia Marco Cammelli) ma anche perché ci sono nodi che solo a livello della Repubblica possono essere risolti.

Per tutelare il territorio non urbanizzato, a livello nazionale si dovrebbe:

1.  stabilire regole valide per tutte le regioni – del centro, del nord e del sud – avvalendosi delle competenze statali in materia di paesaggio. Già lo proponemmo come amici di eddyburg nel 2005, e le nostre proposte furono riprese anche nel testo elaborato dall’on. Raffaella Mariani.

2. applicare le leggi esistenti, e procedere tempestivamente alla individuazione delle “linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione”, come prescrive il Codice del paesaggio.

3.  ribadire il principio che l’edificazione è una facoltà che appartiene alla collettività e alle sue rappresentanze democratiche ( ripartendo da Piero Bucalossi) e fare piazza pulita con le teorie e le pratiche dei “diritti edificatori” e delle connesse compensazioni e perequazioni. Tocchiamo qui il nodo del contenuto del diritto proprietario, sul quale altri parleranno con maggiore competenza e autorità

4. Ultimo ma non marginale impegno, si dovrebbe affrontare la questione della formazione di una pubblica amministrazione competente, motivata, autorevole, in assenza della quale nulla di serio e di durevole si potrà fare nel territorio. Non mancano spese da rivedere in altri settori, come quelli delle rendite immobiliari e finanziarie e della produzione di armi.

Noi e il mondo

Un’ultima considerazione. Nel contrastare o meno il consumo di suolo dobbiamo tener presente che le nostre scelte coinvolgono orizzonti più ampi.

La corsa all’urbanizzazione dei paesi del terzo mondo, promossa e incentivata dalle agenzie internazionali, avviene utilizzando i modelli offerti dal la civiltà dominante. Dobbiamo essere capaci non tanto di proporre modelli alternativi a quelli correnti, ma di fornire l’esempio di logiche e strategie rispettose dei patrimoni e delle identità locali. La legge della Toscana è un prezioso insegnamento a questo proposito. L’augurio e la speranza sono che la proposta divenga subito efficace, e che essa apra la strada a quel nuovo modello di sviluppo di cui il Presidente della Regione ha cosi calorosamente parlato.

 

SALVATORE LO BALBO, Segretario Nazionale Fillea CGIL, La Fillea-CGIL chiede: zero consumo di suolo

Grazie ad Anna Marson e al Presidente Enrico Rossi per l’opportunità che mi danno oggi di parlare a questa qualificata platea.L’iniziativa di oggi rafforza la convinzione che si continuano a fare passi in avanti verso una società e uno Stato che sia in grado di dare piena attuazione ai dettami della Costituzione, a partire dall’articolo 1, “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e dall’articolo 9, “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio storico e artistico della nazione”.

Negli anni sessanta del secolo scorso, era il 1966, Adriano Celentano cantava a San Remo “il ragazzo della via Cluck” e negli stessi anni, era il 1963, Francesco Rosi ci regalava il film “Mani sulla città”, Leonardo Sciascia, era il 1961, ci incantava con il libro “Il giorno della civetta”, e Tonino Guerra ci diceva che: “Il nostro petrolio è la bellezza. La bellezza ci fa pensare alto e noi la buttiamo via come se fosse danaro dentro tasche vuote”

Gli anni sessanta sono stati gli anni dove, senza bisogno di grandi approfondimenti, “a naso”, era chiaro quale sarebbe stato il futuro del nostro paese: cemento, cemento e ancora cemento. Se quattro grandi italiani cinquant’anni fa scrivevano, cantavano e ci facevano vedere il futuro, solo una forte motivazione speculativa e criminale poteva corrompere le coscienze e ingrossare i portafogli di milioni e milioni di italiani.

Ovviamente non sono i materiali a essere nemici del suolo, dell’ambiente e dell’Italia (nessuno pensa a un luddismo del terzo millennio) ma i forti interessi di pochi – palazzinari, speculatori fondiari, cattivi e famelici amministratori e burocrati, imprenditori senza scrupoli, mafiosi, ‘ndranghisti e camorristi – che hanno determinato la realtà che abbiamo di fronte ai nostri occhi.

L’ISPRA ci dice che si consumano in Italia circa 80 ettari di suolo al giorno e dagli anni ’50 ad oggi è stata cementificata una superficie equivalente a quella di una regione come la Calabria, pari a 1,5 milioni di ettari. Continuando questo trend, si prevede che tra cinquant’anni scomparirà una superficie pari a quella del Veneto.
Il nostro pensiero va ai cittadini della Sardegna. Oggi “La Repubblica” ci informa che in questa regione dagli anni ’50 al 2001 la popolazione è aumentata del +25%, il territorio urbanizzato del +1.154% e l’urbanizzazione pro-capite del +900%. La stessa cosa, anche se con percentuali leggermente diverse, succede ogni due/tre mesi in tutto il territorio italiano. E’ successo recentemente anche in Toscana.

I contenuti di questo convegno e le notizie della cronaca, mi pongono nella condizione di dire, sempre con maggiore convinzione e forza, “zero consumo di suolo”. Questa nostra convinzione, frutto di come la filiera delle costruzioni è cresciuta senza sviluppo, l’abbiamo ufficializzata assieme con il nostro Osservatorio Territorio e Aree Urbane, nel convegno nazionale che abbiamo tenuto a Torino il 22 marzo 2013, dove senza tentennamenti abbiamo sintetizzato la nostra posizione con lo slogan “La FILLEA per zero consumo di suolo”.  Se la Fillea, malgrado gli oltre 400.000 posti di lavoro persi, ha posto l’asticella della filiera delle costruzioni a un livello alto di tutela e conservazione del “Bel paese”, perché in tanti e attraverso articoli, atti, disegni di legge, etc…. continuano a giocare con le parole, sostanzialmente per dire che con una pennellata di verde, di ecologia e di sostenibilità si può continuare ad impermeabilizzare il suolo?
Essendo questo un dramma mondiale, pari al cambiamento climatico di cui il consumo di suolo è certamente una componente decisiva, e in attesa che ci sia una Kyoto anche per il consumo di suolo, il Parlamento europeo e la Commissione Europea si sono già fatti sentire fin dal 2004 con la Direttiva n. 35. Non è stata ancora varata una nuova direttiva, ma i recenti “Orientamenti della Commissione Europea in Materia di Buone Pratiche per Limitare, Mitigare e Compensare l’Impermeabilizzazione del Suolo” rappresentano un punto di riferimento chiaro e corretto al quale tutti dobbiamo agganciarci. Spero che tanti dei presenti a questa iniziativa li abbiamo letti. Questi Orientamenti sono un punto di riferimento per tutto il continente europeo e ci danno le giuste coordinate per non giocare con le parole e per assumere provvedimenti legislativi o amministrativi in grado di non continuare a impermeabilizzare il suolo, neanche se questa impermeabilizzazione viene fatta con le parole dell’ambientalismo e con gli obiettivi di una economia verde che di verde ha solo il colore dei dollari (gli euro hanno tanti colori).
Le proposte della Fillea, pertanto, partono dalla condivisione degli orientamenti e dalla chiarezza dei contenuti che abbiamo definito a Torino lo scorso 22 marzo, nel già richiamato Convegno nazionale, e cioè:

  1. Consumo di suolo: è l’attività umana che “separa il suolo dall’atmosfera, impedendo l’infiltrazione della pioggia e lo scambio di gas tra suolo e aria”.
  2. Impermeabilizzazione del suolo: è la “costante copertura di un’area di terreno e del suolo con materiali impermeabili artificiali”.
  3. “limitazione del consumo di suolo”: vuol dire “impedire la conversione di aree verdi” (o naturali) “e la conseguente impermeabilizzazione del loro stato superficiale o di parte di esso.
  4. “mitigazione del consumo di suolo”: vuol dire che “Laddove si è verificata un’impermeabilizzazione sono”… “adottate misure”… “ tese a mantenere alcune delle funzioni del suolo e a ridurre gli effetti negativi diretti o indiretti significativi sull’ambiente e sil benessere umano”.
  5. “compensazione del consumo di suolo”: vuol dire che “Qualora le misure di mitigazione adottate in loco siano state ritenute insufficienti”, si passa “facendo altro altrove”. Il termine “compensazione” può essere fuorviante: non significa che l’impermeabilizzazione può essere compensata o monetizzata. Inoltre “Le misure di compensazione sono progettate per recuperare o migliorare le funzioni del suolo evitando gli impatti deleteri dell’impermeabilizzazione”.

Il confronto di queste definizioni, presenti negli Orientamenti della Commissione Europea, con il contenuto dei tanti disegni di legge presentati in Parlamento, rafforza la nostra convinzione che corriamo il rischio di una nuova colata di cemento e di un ingrossarsi dei portafogli di speculatori e mafiosi. Ovviamente il tutto condito come ha scritto Salvatore Settis il 1° giugno u.s. su “La Repubblica”: “La strana alleanza in salsa verde”.

A queste cinque azioni né aggiungo una sesta: la decementificazione . In essa si identifica la volontà di chi amministra per togliere il cemento da dove non doveva essere posto dai precedenti amministratori.
Detto ciò, la Fillea ritiene che esistano due livelli di azione: una da sviluppare sul territorio e l’altra da sviluppare nazionalmente. La prima, nelle mani degli amministratori del territorio, e la seconda, nelle mani dei parlamentari e del governo. Chiaramente, in entrambi i livelli, un ruolo importante è svolto dai cittadini, dalle associazioni, dal sindacato, dai partiti, etc…

Non esiste solo il livello nazionale, sarebbe un grave errore pensarlo. Gli articoli 9, 41, 44, e 137 della Costituzione ci danno il perimetro entro il quale i soggetti del governo e della gestione del territorio si devono muovere. Al parlamento spetta il compito di salvaguardare il “Bel Paese” e alle istituzioni locali spetta il compito di far convivere il “Bel Paese” con le necessità economiche, civili e di convivenza dei cittadini.

Pertanto, anche senza una legge nazionale sulla riduzione o azzeramento del consumo di suolo, gli amministratori locali possono assumere decisioni per limitare, mitigare e compensare il consumo di suolo. Basta fare le opportune scelte politiche e amministrative. Per questo ritengo che sia importante il fermento culturale e amministrativo sulla riduzione del consumo di suolo che sta attraversando gran parte delle regioni e dei comuni, e prima tra tutte la regione Toscana.
Noi ci aspettiamo che i prossimi giorni servano a diradare le tante nebbie ancora presenti sull’argomento. Chi può decidere senza una legge nazionale lo faccia senza aspettarla, chi deve fare una legge nazionale la faccia per la riduzione del consumo del suolo e non per salvaguardare interessi “presumibilmente” eterni o per proteggere, direttamente o indirettamente, gli interessi dei personaggi di Sciascia o Rosi.

Evitiamo di prestare tanta attenzione ai diritti di edificazione (ma perché sono eterni o non annullabili?) e poniamo l’attenzione sulla creazione di spazi non impermeabilizzabili, per avere la certezza che gli interessi saranno riversati sull’impermeabilizzato.Bisogna vietare l’impermeabilizzazione per rigenerare i quartieri e i comuni e per ricostruire e valorizzare i luoghi già edificati.

Questa nuova edilizia richiede lavoratori, tecnici e imprese che abbiamo professionalità e competenze oggi poco presenti sul mercato. Per questo pensiamo che un ruolo possa e debba essere svolto dalla contrattazione sindacale, dalla bilateralità e dalla formazione.

Le imprese che finalizzano il proprio interesse nell’avere “lavoretti” semplici, con lavoratori poco qualificati e professionalizzati, con conoscenzesufficienti a realizzare una soletta a cottimo, non hanno un futuro e spesso sono strumenti di illegalità anche mafiosa.

La Fillea ritiene che ancora qualche milione d’italiani possano e debbano continuare a vedere la filiera delle costruzioni come uno dei settori primari dell’economia italiana. Muratori, carpentieri, piastrellisti, installatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori hanno ancora un futuro nelle costruzioni. Questa volta non per distruggere il “Bel paese”, ma per valorizzarne la bellezza.

Un Osservatorio sulle buone pratiche

sdt_2 copydi autosostenibilità locale.

Di Alberto Magnaghi.

La Società dei territorialisti e delle territorialiste  (www.societadeiterritorialisti.it) ha avviato la costruzione di un Osservatorio con obiettivi molto vicini a quelli proposti dalla rubrica de Il Manifesto: denotare un’altra geografia che, procedendo  da piccole esperienze locali, ma integrate e operanti nella trasformazione dei  luoghi, consenta di costruire un’immagine di un territorio in auto trasformazione nel quale società locali, associazioni, forme articolate di cittadinanza attiva, in molti casi  insieme ai i loro municipi, attivano percorsi concreti  di “ritorno al territorio” e di “conversione ecologica dell’economia locale”, attraverso la  riattivazione di saperi contestuali per la valorizzazione dei patrimoni ambientali, territoriali e paesistici, sperimentando forme di produzione sociale  fondate sul riconoscimento del territorio come bene comune.

Si tratta dunque di intercettare e dare visibilità alle pratiche e ai saperi diffusi “invisibili” (o visibili a livello molto circoscritto), per costruire una nuova geografia sociopolitica che denoti queste esperienze, nella ipotesi che già oggi costituiscano un tessuto sociale rilevante, ma che incidano molto poco sugli indirizzi politico-istituzionali.

E’ strategicamente alternativo questo mondo in costruzione, poco visibile e poco raccontato dai media, rispetto agli orizzonti  della politica che ci parla ogni giorno ossessivamente di crescita e di bollettini finanziari come antidoto alla crisi, come se nulla fosse successo? O è semplicemente il frutto dell’arte di arrangiarsi nella crisi, come testimoniato dalla vertiginosa crescita degli orti urbani e periurbani autogestiti  nelle grandi città? O tutte due le cose?  L’interpretazione è aperta, ma una cosa è certa: questi mondi locali  ci parlano d’altro, di altri rapporti fra le persone, con la terra, con l’ambiente, con il patrimonio territoriale e culturale, con il paesaggio, con la produzione; ci parlano di nuovi beni da produrre, del modo di produrli, di nuove forme della comunità e della “coscienza del suo essere “, per dirla con Carlo Cattaneo. I racconti delle  prime schede  dell’Osservatorio (11  si trovano sul sito, ma molte altre in elaborazione) ci forniscono una prima “finestra” su questo mondo in costruzione.  Le schede del nostro Osservatorio sono lunghe e documentate, il che non esclude brevi contributi che ne illustrino i tratti essenziali nella rubrica del Manifesto.

Ma qual’è la società, il progetto socioterritoriale che emerge in filigrana da queste prime ricognizioni? Innanzitutto, lo ripeto, la dimensione:  la significatività delle esperienze è ancorata a borghi, piccole valli, piccole città, quartieri: una dimensione che consente la ricostruzione delle relazioni di prossimità,  di forme comunitarie di neoradicamento territoriale, di scambio fiduciario, di rapporti economici non mercantili, di riconoscimento denso e minuto dei valori patrimoniali del luogo: acque, sentieri, sorgenti, mestieri legati al territorio, lingue, culture, spazi pubblici urbani. Poi la localizzazione: non è azzardato affermare che la densità di esperienze innovative cresce con il procedere verso le aree interne, i territori di alta collina e di montagna dell’esodo e della marginalità, dove si sperimentano processi di ripopolamento di aree periferiche e marginali. E’ come se le esperienze sociali puntiformi anticipassero un grande progetto di riequilibrio territoriale e culturale, come  viene delineato nell’affresco I borghi dell’utopia di Piero Bevilacqua in questa rubrica) dopo il grande esodo industriale e terziario verso le pianure e le aree metropolitane.  E ancora, il superamento della settorialità: i casi raccontati non riguardano il singolo  recupero di un edificio, di un borgo, una piazza, un bosco,  la raccolta differenziata dei rifiuti, un sentiero o una pista ciclabile, un ecomuseo, una filiera agroalimentare, un parco e cosi via: essi riguardano, sullo stesso territorio,  l’integrazione di molte di queste azioni; che sovente promanano da un conflitto o un obiettivo specifico, per poi investire  l’intero rapporto fra comunità insediata e territorio,  in un percorso di crescita della coscienza e dei saperi della comunità locale.

La patrimonializzazione dei beni comuni territoriali avviene, nei casi proposti dall’Osservatorio, attraverso una reinterpretazione culturale e collettiva  delle risorse attraverso forme di retro-innovazione: cosi, per fare qualche esempio,  nel comune di Castel del Giudice (alto Molise), dove la rinascita del paese si è incardinata su forme di coinvolgimento collettivo degli abitanti (fra cui l’azionariato popolare) in azioni progettuali quali una residenza per anziani, il rilancio dell’agricoltura con filiere corte (in particolare meleti), il recupero del centro storico con il progetto di un albergo diffuso. Nell’esempio della Val d’Ultimo (Merano), la ricostruzione di una complessa economia socio territoriale, per iniziativa dei contadini dei masi della valle, ha integrato fra loro risorse e antichi mestieri, separatamente poveri o di nicchia (legna, pecore, erbe officinali, lavorazione e tintura della lana, cosmesi e cure con prodotti naturali, produzioni artistiche, in legno, lana, pelle), reinserendoli in un processo di riappropriazione culturale che ha avuto come  epicentro la rivalorizzazione dei prodotti locali attraverso percorsi formativi e la qualificazione dell’offerta di prodotti in   rapporto alla  trasformazione della domanda urbana di salute e qualità della vita (Vienna, Graz, ecc). Nel caso dell’Ecomuseo del Casentino (Toscana), la ricostruzione di cittadinanza attiva è avvenuta attraverso lo strumento delle mappe di comunità, ovvero una forma partecipativa  di autoriconoscimento da parte degli abitanti dei valori patrimoniali con cui riorganizzare l’economia montana in forme collettive (associazioni culturali e produttive, consorzi di produttori, ecc), integrando diversi settori di attività (il recupero di manufatti storici, le produzioni della farina di castagna e della patata rossa, la valorizzazione sociale del paesaggio, dell’ospitalità, la sperimentazione di energie alternative e cosi via). Nel recupero della borgata Paraloup (Val di Stura), a segnare la particolarità del messaggio è il rapporto stretto fra memoria densa dei luoghi legati alla Resistenza (“Rinasce il borgo rifugio dei partigiani dopo la strage di Boves”) e il borgo restaurato come centro di irraggiamento di nuove culture e economie della montagna atte a  valorizzare l’identità storico-culturale del territorio (Museo multimediale della Resistenza e della storia locale, attività culturali e  turistico-ricettive, l’insediamento di attività agro-silvo-pastorali ecc.). Ma, scendendo in pianura, in provincia di Milano, il caso di Mezzago testimonia la  capacità di molte piccole città di sganciarsi da una realtà “provinciale” ovvero di dipendenza metropolitana e riaffermare, attraverso lo sviluppo di reti civiche complesse (associazioni di volontari, parrocchie, cooperative agricole, processi partecipativi, giornali, manifestazioni culturali, ecc) ) e di produzioni tipiche (in questo caso l’asparago), la permanenza di modelli socioculturali e identitari autonomi che reinterpretano in forme innovative, sociali e  relazionali  l’autogoverno della comunità.

Ritengo importante che questa contro-geografia di esperienze che andiamo denotando con l’Osservatorio si arricchisca, fino a consentire che la discussione politico culturale sulle alternative  alla crisi della globalizzazione economico finanziaria si appoggi non solo sul conflitto, ma sulla sua evoluzione in pratiche diffuse di costruzione di società locali allo stato nascente. Costruzione che passa attraverso nuove relazioni comunitarie fra abitanti, terra e territorio, che allontanano e marginalizzano i poteri globali, ricostruendo dal basso le basi socioeconomiche, materiali, della riproduzione della vita biologica, e immateriali, della riproduzione dell’ identità culturale.

 

Autostrada Tirrenica

La Regione sceglie il tracciato blu.

La Giunta regionale toscana ha approvato oggi pomeriggio la delibera con la quale esprime la sua preferenza sulla proposta di corridoio relativo al tratto dell’autostrada tirrenica compreso tra Fonteblanda e Ansedonia. Rispetto al lotto, denominato 5B, la Regione opta per il tracciato blu, quello di minore lunghezza (circa 25 chilometri) e che si avvicina maggiormente all’Aurelia e alla linea ferroviaria costiera, considerandolo migliore rispetto all’altro, sulle mappe contraddistinto dal colore arancione, ovvero la cosiddetta variante a monte del massiccio di Orbetello.

Le due soluzioni presentano un primo tratto in comune, tra Fonteblanda e il torrente Osa e poi divergono: l’arancione segue un percorso più interno, ritornando a coincidere con l’Aurelia all’altezza del km 115 per proseguire fino ad Ansedonia e poi a Civitavecchia; il blu invece si innesta sull’Aurelia subito dopo Orbetello Scalo.

“La soluzione da noi preferita – spiega il presidente della Regione, Enrico Rossi – ovvero quella definita in affiancamento alla ferrovia con varianti a protezione dei centri abitati, pur avvicinandosi alla costa, lo fa ad una distanza tale da non creare impatti negativi sul sistema costiero e si colloca in corridoio dove sono già presenti infrastutture. Il percorso blu è dunque quello che crea minore impatto sull’ambiente. Noi lo preferiamo, a condizione che nella fase di progettazione sia posta la dovuta attenzione agli aspetti idraulici, individuando soluzioni che tengano conto di ciò che accaduto nel corso delle alluvioni dello scorso anno. Ribadisco ciò che ho sempre sostenuto: la Tirrenica va fatta e va fatta bene. La decisione di oggi costituisce un altro passo in questa direzione”.

La Provincia di Grosseto e il Comune di Orbetello finora si sono espressi in favore del percorso arancione, mentre il Comune di Capalbio appare favorevole alla soluzione blu, pur non avendo espresso alcun parere ufficiale in merito a questa ipotesi poiché il tracciato è posto interamente all’interno dei confini del Comune di Orbetello.

Il provvedimento è stato illustrato alla Giunta dal presidente Enrico Rossi, che ha sottolineato come nessun intervento può essere ritenuto perfetto, ma che una decisione va presa con senso di responsabilità, pur consapevoli che “le strade non risolvono i problemi del mondo, ma che sulla scarsa capacità di produrre ricchezza da parte della costa ha inciso la mancanza di infrastrutture” e poi che “ la tutela del paesaggio non è messa in discussione da un’autostrada, ma che all’ambiente fanno peggio certe politiche urbanistiche e gli ecomostri”.

L’assessore al welfare, Salvatore Allocca, ha chiesto di non partecipare al voto, consentendo però che venga assunta una decisione. Alla sua richiesta si è aggiunta quella dell’assessore all’ambiente, Anna Rita Bramerini, anch’essa grossetana, che si è associata a quanto detto dal suo collega. L’assessore alla pianificazione del territorio, Anna Marson è intervenuta per ricordare che nella delibera gli uffici regionali hanno inserito precise indicazioni su come passare dal tracciato al progetto, migliorandolo.

Al termine degli interventi la delibera della Giunta regionale è stata approvata all’unanimità e sarà inviata al Ministero delle infrastrutture, al quale il presidente Enrico Rossi ha chiesto di convocare un incontro con tutti gli enti interessati per scegliere il tracciato definitivo sul quale chiedere alla Sat, la Società autostrada tirrenica, e al Commissario straordinario del Governo per la costruzione della Tirrenica, Antonio Bargone, che della società è anche il presidente, di redigere il progetto definitivo, ai fini del successivo studio di impatto ambientale e della localizzazione del tracciato.

Scritto da Tiziano Carradori martedì 9 aprile 2013 alle 15:32.

Tratto dal sito della Regione Toscana

Forum contro le grandi opere inutili

8 – 11 novembre

Le due giornate di lavoro proposte per Firenze 10+10 (cfr: firenze1010.eu/) costituiscono un momento di presentazione e condivisione della rete del Forum Contro le Grandi Opere Inutili . Il Forum Contro le Grandi Opere Inutili nasce dal coordinamento internazionale di un numero considerevole di gruppi e movimenti riunitesi in occasione del primo (Valle di Susa, agosto 2011) e del secondo (Notre Dame Des Landes, luglio 2012) Forum Contro le Grandi Opere Inutili ed Imposte. I temi qui menzionati rappresentano, dunque, il frutto della convergenza delle lotte di un numero di soggetti e persone di molto superiore a quello degli stessi proponenti.

L’incontro della rete è stato strutturato in modo da favorire la partecipazione e la collaborazione di altri gruppi e movimenti per allargare la convergenza. Di seguito presentiamo l’agenda dell’incontro ed un elenco dei temi proposti. In particolare, da un lato verranno descritti i seminari che ci proponiamo di svolgere tra l’8 e il 9 novembre nell’ambito dello spazio dedicato alla rete. In secondo luogo, i differenti temi trattati durante tali workshops verranno ricondotti alle “sfere di alleanza” emerse durante l’incontro preparatorio di Milano. In conclusione, verranno trattati gli aspetti metodologici e logistici.

Agenda e temi del Forum