Progetto Firenze, uno scavo nel tempo futuro

di Roberto Budini Gattai, 11 febbraio 2017

Non c’è bisogno che vi ricordi la storia antichissima e superba… del conflitto tra i costruttori della città democratica e la rendita, l’Idra dalle tante teste: fondiaria e urbana e anche assoluta e differenziale, in una parassitaria. Non rimunera un lavoro ma il solo titolo di proprietà. A Firenze quella storia aveva visto in azione l’utopia visionaria e a un tempo concreta del sindaco La Pira, la battaglia parlamentare durissima di Fiorentino Sullo che gli costò una ignobile diffamazione, e la nascita di un’urbanistica di popolo dopo le alluvioni di Firenze e Venezia con riverberi di buone leggi e grandi speranze negli anni settanta.

 

Atteniamoci alla Rendita, l’altra faccia del profitto di cui condivide la stessa insaziabilità.

Nel 1989 il segretario del P.C.I. Achille Occhetto da Roma emise l’ultimo atto coerente di un partito in liquidazione, il veto alla gigantesca espansione a nord-ovest di Firenze, denominata Fiat-Fondiaria. All’origine di questa abnorme espansione l’idea di un’Area Centrale Metropolitana nel P.R.G. del ’62, rinfrescata nel 1978 da un concorso di progettazione che, cambiati i tempi, si limitò a un bell’esercizio di architettura disegnata.

Dieci anni dopo la necessità pubblica di decentramento risultava ancora più indimostrabile e l’investimento privato diffidente, cioè assente; ma la proprietà fondiaria pretendeva garanzie (così funziona) e gli Amministratori pubblici, perse o per meglio dire tradite le ragioni del loro mandato popolare, si fecero solerti gestori della rendita capitalistica. Basterebbe pensare al significato di urbanistica “contrattata” termine di nuovo conio che rinvia semanticamente al Mercato, il nuovo Verbo, patto di eterna alleanza, mistero della fede in un dio anonimo, invisibile, irresponsabile. Conversione e dogma, anima e corpo: d’ora in poi avremo sulla scena gli “invasati” del pesiero unico. Ci sono voluti quasi dieci anni e il miraggio di un Parco promesso grande, ancorchè fuorimano, perché il partito controriformato rendesse accettabile ai suoi elettori il Mostro urbanistico che moltiplicandosi, sta ancora divorando la nostra Piana. La Rendita aveva stravinto, Primicerio sindaco.

Nello stesso Piano Regolatore (firmato con qualche dolor di pancia da Vittorini) veniva accolto lo stupefacente – per l’errore tecnico riscontrabile a prima vista – tracciato sotterraneo della linea A.V. con stazione a -25 m sotto Belfiore in zona ferroviaria, poi spostata di un chilometro, senza V.I.A. agli ex Macelli. Erano inoltre state individuate nove grandi aree con fabbricati industriali o civili che, oltre a essere definite “strategiche” (e lo sarebbero state se…), divennero presto “aree problema” per la difficoltà di inventarsi funzioni con probabilità di successo economico. L’aver posto la destinazione d’uso di ciascuna area senza una strategia, una capacità interpretativa complessiva per la città, inchiodava progettisti e amministratori a formulare una girandola di funzioni destinate a totale indeterminatezza.

Nel “Laboratorio per una città sostenibile” attivo in quegli anni, elaborammo una ipotesi che consisteva nel trasferire il programma di decentramento dell’Università in alcune di quelle grandi aree ormai interne alla città, tutte poste a non più di duecento metri dal laccio ferroviario “di cintura” che un autorevole consulente del Comune, aveva indicato capace di svolgere il servizio metropolitano. Si sarebbe creata una concatenazione lineare delle sedi, e di queste con quelle del Centro, sfruttando inedite proprietà topologiche della forma urbana. Un intervento nel vivo dei tessuti periferici, l’opposto del campus di Sesto (ideato nel 1962 e segg., con tutt’un altro mondo intorno), risparmiando tanto suolo ma soprattutto avviando la periferia a sciogliersi in molteplici centralità. Furono supermercati.

Dal gruppo dei Verdi venne la proposta, adottata dal Laboratorio, di trasferire la Scuola dei Marescialli dei Carabinieri dall’area Fondiaria alla ex Nobel di Signa dove, invisibile, circondata da verdi colline, avrebbe trovato una coppia di binari collegati alla Firenze-Pisa. Non fummo ascoltati e il risultato lo vedono tutti, si commenta da solo, una ferita sanguinante.

Si fecero proposte per correggere storture inutili e dispendiose della linea 1 della tramvia e alternative alle linee 2 e 3 (tentativo ripetuto in seguito in Consiglio comunale dalla consigliera De Zordo e da Grassi) per riutilizzare e costruire tracciati diversi che avrebbero dato statuto di luoghi centrali ad aree da mettere in rete (le interconnessioni e la eliminazione del rapporto gerarchico “centro” o “polo” e periferia sono obbiettivi primari della città democratica e un passo decisivo verso la sostenibilità reale e non verbale).

Troppe volte ho ripetuto che le tre mezze linee, convergenti su S. Maria Novella da cui praticamente è impossibile proseguire in modo sensato (ma non a causa del Duomo), sono un’aberrazione trasportistica, uno spreco di spazio e di tanto denaro, aggravata dal fatto di essere collegamento tra il centro e un solo settore periferico destinato a rimanere tale. Un mero dato tecnico funzionale alla città gerarchica, la città capitalistica dispersa, non più borghese, del secondo dopoguerra. La sottomissione meccanica a questo modello, generata da pervicace e persistente ignoranza, comporterà, credo, danni vistosi e la perdita di un buon 80% dei benefici che si avrebbero da un buono sviluppo delle linee. Sorge la domanda: forse le ragioni degli appalti guidati da dirigismo politico comportano sempre deprivazione d’intelligenza? Converrà tornare sull’argomento.

Veniamo al R.U. (2014). Nel rito obbediente dell’approvazione furono annunciati da una giunta euforica e stordita di amministratori officianti mercatatanti, metri quadri a tanti zeri da vendere e da recuperare. Nulla sulla città pubblica, gli abitanti, i desideri, i bisogni. Tutto era avviato a soluzione e i numeri avrebbero esaltato il “brand Firenze”, orgoglio dell’assessore Meucci, oggi passata a maggior Consiglio. È il più completo catalogo per mettere all’asta la città al peggiore offerente. A ogni svendita la città svanisce, se ne perde un po’. Ma è anche un libro giallo, dove un certo numero di volumi criminosi vengono occultati sotto manti erbosi e confessioni religiose. Rapito dalla lettura, ne faccio un breve resoconto.

N.1) L’area delle ex Officine di Porta a Prato è stata destinata al solito mix, in versione lusso. Ha tutti i requisiti di prossimità con il circolo X e l’american bar, col nuovo Teatro (e chissà che un domani non spunti un Casinò nell’ex Teatro del Maggio), con la vista del parco e della collina; sulla direttrice del golf e dell’aeroporto cui la collegherà – a spese pubbliche – una strada di scorrimento che asfalterà oltre dieci ettari dell’argine del Fosso Macinante, l’antico Visarno, distruggendo ogni possibile relazione tra il quartiere di via Baracca e le Cascine, compreso il pittoresco invaso del Barco (che invito a visitare prima della completa distruzione). Sottrae un grande spazio (contrattabile con le F.S.), essenziale al ridisegno degli spazi pubblici a ponte tra città antica e città contemporanea, capace di accogliere tutte quelle fiere e manifestazioni incongruenti nelle piazze storiche tanto quanto lo sono i parcheggi sotterranei e per restituire al parco delle Cascine la sua maestosa bellezza. Essenziali i binari della prima strada ferrata di Toscana che la percorrono, per interconnettersi alla Manifattura Tabacchi con l’asse Careggi-Torregalli, virtuale struttura centrale dell’ovest cittadino.

2) I cascami della vecchia variante Fondiaria, l’indecente progetto del nuovo Aeroporto, che fa il paio con il doppio tunnel A.V., la terza corsia, l’inceneritore, il Mercafir costretto dalla speculazione dello stadio-città-mercatone a trasferirsi dove nessuno è mai voluto andare, non bastano a saziare di appalti e di cemento la belva urbana e i suoi custodi.

Si sono inventati una profluvio di volumi, occultati in aree di “verde” sportivo, verde al 40% che dai 200 mq iniziali ammettono incrementi fino a 500 mq con la sola delibera di Giunta e la giunta si sa, oggi è protesi del sindaco. Queste aree non occupano spazi residuali – che non ci sono più e sono comunque preziosi – ma occupano il “parco” del Mensola, ridotto alla fascia di rispetto. Una parte scorporata dal giardino di villa Favard, tutte le aree dei renai in fregio alla ripa destra dell’Arno e altre, già realizzate, come lo scempio del campeggio adiacente alla caserma Predieri. Poi ancora incrementi nella magica collina di S. Quirichino. Tutte senza vincolo perpetuo di destinazione d’uso che al cessare dell’attività ne imponga la demolizione. Una villettopoli prossima ventura.

Ma il celebre Regolamento è anche “confessionale,” con una norma nascosta in due righe, permette agli Enti religiosi di costruirsi quello che vogliono, in deroga anche al sacro (è il caso di dire) vincolo paesaggistico collinare. È così che una comunità religiosa ha ottenuto 1.600 mq (circa 9.000 mc) per un auditorium nel giardino della villa di proprietà, notificata, a due passi dalla villa di Castello, mentre poco più in basso, stessa strada, 8.000 mq industriali dismessi, poco visibili, attendono un nuovo destino.

Infine non si può tacere il vero colpo d’ala, la sbandierata “perequazione” che toglie tante superfici (volumi) qua e là senza miglioramenti apprezzabili e riversa questa massa nelle preziose ex Officine ferroviarie (15.000 mq) e intorno alla Caserma Lupi di Toscana, ultimo brano agricolo di pianura, con tracce di coltivazioni mezzadrili (20.000 mq, più strade e parcheggi per un totale di circa 35.000 mq). Con questa ipoteca il Comune ha emanato un bando di concorso di idee, credo inaccettabile.

Alla menzogna dei “volumi zero” si sommano omissioni – al limite del falso ideologico – come la strada a quattro corsie lungo il Fosso Macinante non indicata perchè “già approvata nel precedente P.R.G”, e lo stesso canale Macinante, non censito nel P.S. tra i “corpi idrici” così che non appaia la sua appartenenza originaria al Parco granducale e di soppiatto si possa ridurre a scolo della futura strada.

Leggo da un esperto terapeuta che

“l’inganno è una forza abusante, l’inganno-menzogna non si limita a nascondere le intenzioni ma cerca di costruire la realtà a sua immagine e somiglianza, è la forza distruttiva dei nostri giorni, che soggioga una moltitudine di persone, le assoggetta a un destino senza sbocco”.

I nostri incontri con le commissioni consiliari, le audizioni, gli articoli, le maratone d’ascolto, le mozioni dei consiglieri a noi vicini, non hanno spostato una virgola di questa professione di fede cieca alla rendita (l’esito positivo di piazza del Carmine è una imperfezione della blindatura). Provo a immaginare i risultati di questo programma nella città:

– a ovest con le Grandi Opere: la futura ex stazione Foster, lo stadio-cittadella, il nuovo Aeroporto con le piste a croce e forse, l’inceneritore;

– a sud-ovest i volumi perequati;

– a est una sventagliata di baracche del piccolo e medio sport;

– nella Città Antica: lusso mutageno e consumo strabordante, turismo e affitti senzasoste; l’iper restauro metallico dalle porte d’oro per adeguarsi ai ricchi emiri e gli spettrali interni lounge bar.

Lascio ai nostri euforici gestori pronunciare tutto l’inglese dei loro desideri, smart city, brand firenze, luxury cities, target, ecc… a me viene in mente una parola che non è un traguardo, semmai l’immagine di questa città, junkspace (è di Rem Koolhaas). Spazio-spazzatura, l’ininterrotto assemblaggio di pezzi disarticolati, indistinti, generici. Una specie di profezia piranesiana inverata dagli scarti immondi della nostra iperproduzione spaziale di città tardocapitalistica, dall’automatismo inossidabile dei suoi decisori. Non so se il sindaco uscirà mai dalla sua beata narcosi, ma se succederà sarà troppo tardi.

Al junkspace di iniziativa comunale senti che devi opporti e che serve un progetto alternativo per conoscere la misura della perdita di valore della città, per contrastarne la deriva. Possiamo contare su alleanze con le molte risorse umane che perdono gran parte di sé, di una vita migliore perchè inutilizzate o troppo utilizzate, comunque sfruttate. Dobbiamo contrapporre questo minus-valore che investe persone e cose al plus-valore estrattivo dei pochi, contrapponendogli la città altra, quella che vogliamo. Non una città moderna, ma una città che non si è mai vista, di persone al lavoro perchè ribelli, non più sottomesse all’inganno e alla menzogna, liberate dal R.U., dagli “investitori predatori” modello Casa Bianca e dai padroni dell’algoritmo sterminatore.

Firenze ci dà un solo vantaggio: è famosa nel mondo e lo sfascio progettato è tanto. Bisogna dirlo in giro per il mondo.

Koolhaas pensava alla grande dimensione architettonica il bigness, per dare cornice e ordine. Noi pensiamo che la cornice sia innanzitutto un progetto corale, nel senso della polis e che l’ordine discenda dalla lezione del passato, dalle troppe persone e cose sprecate, desituate… dalla storia antichissima e superba dell’invisibile, da uno scavo nel tempo futuro. Occorre tecnica e passione dato che il compito è piuttosto difficile. Come lo è ogni lavoro ben fatto; ma è quella difficoltà che ci appaga perciò ci può tenere insieme. È per superarla che vale la pena di continuare.

[il testo è la trascrizione dell’intervento al convegno promosso dall’Assemblea dei Comitati Fiorentini e dalla ReTe dei Comitati per la Difesa del Territorio, Città pubblica vs città oligarchica. Vita immaginata e desiderata, politica subìta, Firenze, 11 febbraio 2017, Teatro dell’Affratellamento]

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