Rassegna Stampa

1 – 9 febbraio 2013

Le conseguenze dell’inchiesta sul tunnel della TAV

Tav - Dentro la stazione Foster

L’attuazione del Piano Strutturale di Firenze: Polemica tra “L’Altra città” e l’assessore all’urbanistica

Autostrada Tirrenica: dopo la pubblicazione del progetto definitivo partono i ricorsi

L’attività dei comitati

La rassegna stampa dell’Assemblea dei comitati è già stata pubblicata nello Speciale 3 febbraio

SEGNALAZIONIsoilsealing

Apuane

La mancata tutela del Parco delle Apuane.

Ovvero: il condizionamento della politica.

Lettera aperta di Franca Leverotti al presidente della Regione Toscana

Caro Presidente,

dopo lunghi mesi di commissariamento, prorogato di mese in mese, il Parco ha oggi in un politico, già sindaco di Fosdinovo, il nuovo Presidente. Questa scelta ha penalizzato l’altro concorrente, sempre un politico, già sindaco di Montignoso. Ancora una volta le leggi della politica e i bilancini delle correnti PD hanno segnato una scelta penalizzante per l’Ente che si trova ad essere guidato da una persona che potrà aver avuto un passato da amministratore, ma certamente non ha nessuna preparazione specifica per guidare un parco complesso come quello delle Alpi Apuane. Quello che ci aspettavamo non era certamente il ballottaggio tra due ex sindaci PD. Attendiamo le nomine definitive dei componenti del Direttivo per poter esprimere il nostro giudizio sulle loro competenze e segnalare agli organi di stampa, nel nome della chiarezza, la casacca di ognuno.

Ancora una volta si è persa un’occasione e soprattutto si è violato il principio della trasparenza degli atti, ma ciò è più che giustificabile: pubblicare i curricula dei candidati avrebbe evidenziato che la scelta è stata semplicemente un atto politico.

Quello che le chiediamo oggi, nella speranza che il rinnovo delle cariche, pur caratterizzate da legami partitici, comporti una nuova vita per il Parco è di eliminare le illegittimità che gravano su questo Parco, istituito sì dalla Regione Toscana, ma su sollecitazione di un’iniziativa popolare.

Prima  illegittimità: uso di cartografia non scientifica.

Al momento della perimetrazione del Parco si è scelto di mantenere in essere tutte le cave attive , senza considerare la loro dislocazione, indicandole con il termine ambiguo di “area contigua di cava”. Non solo, invece di utilizzare la cartografia redatta dalla Giunta Regionale Toscana Ertag-progetto marmi (legge regionale 59/80) i bacini marmiferi sono stati indicati nell’allegato cartografico Legge Regionale 65/97 (che istituiva l’ente Parco) con delimitazioni che non corrispondono ad elementi geografici e topografici certi (fossi, crinali, mulattiere, curve di livello) e risultano di estensione maggiore dell’area estrattiva.

Richiesta: Le chiediamo di adottare una carta rigorosamente scientifica, in cui siano indicati i soli bacini marmiferi ed escluse quelle porzioni di terreni comunali che le amministrazioni cedono oggi illecitamente ai concessionari; una carta veritiera che tracci i reali confini di superficie, ma sia anche accompagnata da una ricognizione idro-geologica del sottosuolo per rispettare l’andamento verticale e orizzontale degli acquiferi, considerando le formazioni carsiche e la fragilità del territorio. Le ricordiamo anche che l’inadeguatezza della cartografia era stata riconosciuta dal dirigente all’area tutela e valorizzazione delle risorse ambientali , arch. A. Nuzzo (v. parere 27/1/99 n. 104/2991/110.1).

Seconda illegittimità: le aree di cava insistono su siti SIC/SIR.

A seguito della normativa europea (Rete Natura 2000) il Parco ha dovuto segnalare le aree di protezione speciale per flora e fauna ecc. e la carta disegnata ha individuato le zone da vincolare trascurando ovviamente la presenza delle cave, che contrastano per l’inquinamento, il rumore, la devastazione ambientale con ogni normativa di tutela, con il risultato che i bacini marmiferi si sovrappongono alle zone vincolate. I dati presenti nel sito del Parco sulla occupazione delle aree protette da parte delle cave variano oggi dal 9% di ZPS 23 (area questa in cui la normativa regionale vieta esplicitamente di aprire nuove cave) dal 20% del Sir 21, al 25% del Sir 8 (per portare solo questi tre esempi). Di particolare gravità appare la legge regionale 73/09 che ha autorizzato la formazione fi un’area contigua “interna al Sir/sic 20”, restringendo la perimetrazione originaria del Parco al solo scopo di autorizzare l’apertura di nuove cave di pietra Cardoso, “in nome della sicurezza e della tutela dei valori ambientali” (sic).

Richiesta: le chiediamo di chiudere le cave che sono incluse in queste aree protette.

Terza illegittimità: cave di cresta e cave ad altezza superiore a 1.200 m.

Nonostante una delibera di Giunta (24/7/97) che vieta l’alterazione delle linee di crinale, la Regione tollera che siano abbassate le vette e distrutti i crinali (come nel caso della Tambura, delle Cervaiole, del bacino di Pianza,…..) e non considera che le montagne al di sopra dei 1.200 metri sono tutelate per legge.

Richiesta : vengano chiuse le cave di cresta e le poche ad altezza superiore a 1.200 m. (nel caso della Focolaccia le due problematiche coincidono) .

Quarta illegittimità : inquinamento delle sorgenti e dell’area carsica.

Nonostante la normativa europea, cui si è adeguata l’Italia, che prevede la tutela della risorsa acqua e delle acque sotterranee, la Regione tollera l’attività delle cave di cui è scientificamente dimostrata la corrispondenza con le sorgenti (cave della Tambura e di Carcaraia in diretto collegamento con Equi e Forno, quest’ultima la più importante sorgente della Toscana, ma anche Calacatta a Carrara) e permette un’escavazione invasiva che minaccia il complesso carsico del Corchia (la presenza di “fanghi bianchi” è documentata da ripetuti studi dell’Arpat). Il Parco non solo non tutela il patrimonio carsico e non esita a dare le concessioni di scavo in zone speleologicamente importanti, ma le prescrizioni alle cave che insistono in queste aree prevedono una distanza minima ( in genere 10 metri) dagli ingressi e l’obbligo di comunicare al Parco l’intercettazione di eventuali fratture.

Richiesta: Sia salvaguardata tutta l’area carsica impedendo lo scavo nell’area dove sono presenti gli ingressi, utilizzando per una migliore conoscenza del territorio il catasto delle grotte della Federazione Speleologica Toscana. Vengano chiuse le cave che mettono a rischio la risorsa acqua e il patrimonio carsico. La Regione inoltre ottemperi a quanto di dovere ed individui la zona di protezione delle sorgenti come da normativa Ministeriale, finora disattesa.

Quinto: discariche nel Parco.

Recentemente il Parco delle Alpi Apuane è stato inserito tra i Geoparchi proprio per le sue caratteristiche ambientali: la commissione ha fatto sopralluoghi solo in alcune aree . Le cave e molti ravaneti invece ottundono aree importanti e soprattutto il Parco tollera che nel momento di chiusura delle cave, ma anche nei periodi di inattività, i concessionari lascino rifiuti di ogni genere (macchinari non più in uso, gomme , fili di ferro, bidoni vuoti e non) nonostante le prescrizioni imposte al momento della concessione, con evidente omissione di atti d’ufficio.

Richiesta: si attivi, a carico dei concessionari e dunque di chi inquina, come prevede la legge nazionale , la pulizia del Parco, facendo rispettare la prescrizione di rito : “il recupero finale dell’area dovrà prevedere la rimozione di tutti i materiali residui “.

Sesto: le classificazioni del PCCA delle cave interne al Parco contrastano con la normativa nazionale.

Alcune cave (ad esempio Padulello e Focolaccia) sono state classificate dal punto di vista acustico in zona 6, mentre la normativa prevede che i Parchi siano classificati in zona 1 e che l’area adiacente abbia una valutazione congruente.

Richiesta: Si imponga ai Comuni di classificare il PCCA delle cave rispettando la normativa nazionale

Settimo: il Parco manca di un piano estrattivo.

Per motivi politici, cui evidentemente non erano estranei risvolti economici, le norme tecniche di attuazione del piano estrattivo elaborate e fatte proprie dagli uffici del Parco nel 2002 non sono state mai approvate, perché non è stata mai convocata la conferenza dei Sindaci che doveva ratificarle dal suo Presidente (allora il sindaco di Massa, Fabrizio Neri). Il compromesso è stato che venissero accantonate e si andasse avanti con il piano precedente. Il documento non ratificato dai Sindaci prevedeva già allora (2002) la chiusura delle cave Cantonaccio, Padulello, Focolaccia, Cardoso Pruno, La penna, Buche di Carpineto e le cave di dolomia a Forno, chiuse queste ultime grazie alla popolazione.

Ricordiamo che per le quattro cave situate sul Pizzo d’Uccello (una delle quali è il Cantonaccio) e per Padulello e Focolaccia è stato concesso il sintetico contradditorio richiesto da numerose associazioni ambientaliste. Tuttavia, nel momento in cui respingeva le motivazioni degli ambientalisti l’ente Parco precisava a riguardo degli amministratori locali :“tali posizioni sono fondamentali e dirimenti nella conclusione del procedimento autorizzativo perché le normative assegnano ai Comuni l’ultima parola”. Poiché le posizioni dei Sindaci erano in parte per la chiusura, ci si chiede se non sia in contraddizione con l’affermazione sopra-citata la decisione del Parco di mantenere l’attività estrattiva in TUTTE le cave.

Richiesta: Si adotti al più presto un piano estrattivo con la collaborazione delle diverse forze ambientaliste, della USL, dell’ARPAT.

Ottavo: illegittimità delle concessioni a partire dal 1995.

Nel 1995 la Regione imponeva ai Comuni di Massa e di Carrara di dotarsi di un regolamento adeguato alle leggi regionali che prevedevano la temporalità dei contratti di escavazione ed un affitto congruo. Una sentenza della corte costituzionale, emessa dopo che la Presidenza del Consiglio aveva messo in dubbio la legittimità della delibera regionale (i privati concessionari di cave infatti risultavano, secondo la Presidenza, danneggiati dalla temporaneità e onerosità delle concessioni dal momento che il diritto estense prevedeva la perpetuità e un canone ricognitivo), evidenziava l’incompatibilità della normativa estense con i principi fissati dalla legge dello Stato, ribadendo che i canoni annui, determinati dai Comuni, dovevano essere non inferiori ai prezzi di mercato e le concessioni dovevano essere temporanee, e che i Comuni di Massa e Carrara si dovevano uniformare a questa regola.

Purtuttavia il Comune di Massa applica ancora la legge estense, che prevede un canone puramente ricognitivo e acconsente che l’affidatario di cava possa darla in gestione, affittarla, venderla , lasciarla in eredità, con grave danno alle finanze comunale e disparità di trattamento dei cittadini.

Richiesta: obblighi i comuni di Massa e Carrara ad adottare una normativa in linea con i principi di giustizia perequativa ed un introito congruente al valore del marmo scavato.

Nono: il Parco è un burocrate che tutela i suoi funzionari e sé stesso a scapito dell’ambiente.

Questi esempi vogliono mostrare come l’Ente non tuteli il paesaggio, ma sé stesso .

Nel comune di Vagli di sotto si stanno aprendo, su impulso del sindaco Puglia, fautore del traforo della Tambura, cave dismesse da decenni. Nel caso di cava Borelle, una cava che grazie ad un finanziamento europeo del 2000 era stata adattata a teatro (“Evocava”), la richiesta di ri-apertura della medesima nel 2007 aveva avuto il diniego del funzionario per una serie di pesanti motivi ( scavo ad uso di solo carbonato di calcio, disboscamento di area boscata, distruzione di un alto morfologico, progetto impreciso). Grazie alla vittoria conseguita al TAR la ditta ha potuto iniziato lo scavo e il TAR ha condannato il Parco a 100.000 euro di penale.

Probabilmente è legata a questa vicenda l’autorizzazione a scavare concessa nel 2011 alla cava Carcaraia B, situata in zona SIC /SIR 21 e 23, cava che aveva gettato illegalmente detriti e massi ciclopici nel versante boscato e ricco di doline, e nella cui area sui trovano i due ingressi della buca Frigo, parzialmente devastati dall’attività precedente. Ovviamente , essendo in zona vincolata, il Parco ha rilasciato la Valutazione d’incidenza di rito che presenta prescrizioni di questo genere che si commentano da sole: “al fine di ridurre il disturbo della fauna legato al rumore prodotto …si faccia regolare manutenzione sui mezzi meccanici…”; “la ditta dovrà effettuare un monitoraggio permanente sul sistema carsico presente, effettuando con cadenza annuale il rilievo dei sistemi di fratturazione…… e trasmettendo gli elaborati al Parco”; “nel caso in cui si intercettino cavità collegate a sistemi carsici profondi dovrà esserne data immediata comunicazione al Parco” .

Ancora più grave la concessione rilasciata nel maggio 2012 alla cava Colubraia, ancora nel Comune di Vagli di Sotto. In questo caso infatti il funzionario responsabile ha concesso la ri-apertura in PRESENZA di un parere NEGATIVO relativo all’autorizzazione paesaggistica rilasciato dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali di Lucca, motivandola con il ritardo con cui la Soprintendenza aveva dato questo parere e richiamandosi ai tempi previsti per la concessione della compatibilità ambientale dalla legge regionale 10/2006, senza considerare che da subito il Sovrintendente aveva segnalato il suo parere negativo al sindaco di Vagli, e il ritardo era dovuto allo scrupolo del Soprintendente che si era rivolto per un parere certo all’autorità superiore, cioè la Soprintendenza Regionale.

Richiesta: Si chiede di invitare il Parco a rilasciare pareri conformi alle sue competenze, rispettando la tutela del paesaggio e la tutela delle acque. E’ evidente l’inutilità, che sfiora il ridicolo, delle prescrizioni date nel momento in cui il Parco rilascia la valutazione d’incidenza che mostra lo stridente contrasto tra Parco e cave. Si chiede che i funzionari nel momento in cui rilasciano il nulla-osta per lo scavo si limitino alla dichiarazione sulle prescrizioni di rito, cioè rispettare il piano di coltivazione, evitando di inserire in queste prescrizioni documentazione mancante o richiesta dagli enti. Una procedura di questo tipo, che ritroviamo REGOLARMENTE in ogni atto del Parco, non è rispettosa di un regolare comportamento amministrativo, perchè permette alla Ditta di iniziare lo scavo SENZA avere completato la documentazione necessaria per lo stesso e dunque senza avere contezza del danno ambientale.

Decimo: professionalità e competenze dei redattori dei piani di cava.

Il Parco ha accettato piani di coltivazione redatti da un ingegnere minerario non iscritto all’albo dei geologi

Richiesta: Si obblighi il Parco a verificare le competenze degli estensori dei piani di coltivazione

Franca Leverotti, consigliere nazionale di Italia Nostra, 6 febbraio 2013.

 

TAV sotto Firenze: un progetto da abbandonare senza rimpianti

Tutte le denunce dei Comitati si sono rivelate più che fondate.

Lunedì 11 febbraio, alle ore 21.00, è stata organizzata una assemblea cittadina presso il cinema Adriano per una nuova stagione di opposizione alla grande opera inutile. Sarà presentato il secondo episodio (L’Immobile, protagonista Tiziana Lodato) della docufiction “Sotto Sotto” prodotta dal comitato. Sarà presente il regista Eugenio Rigacci. Saranno presenti anche alcuni dei tecnici che hanno elaborato il progetto alternativo ai tunnel che prevede l’uso della rete ferroviaria per trasporti metropolitani e suburbani.

Venerdì 15 febbraio, alle ore 21.00, incontro con i candidati alle elezioni politiche presso la sala del Parterre (ingresso da piazza Libertà); TAV sotto Firenze, Legge Obiettivo, grandi opere inutili: sono molti i temi per un confronto.

La posta importante che la politica dovrebbe mettere in campo adesso è quella di imporre l’abbandono di un progetto che ogni giorno si dimostra sempre più irrealizzabile, smentendo sonoramente tutte le maggioranze che ancora lo sostengono.

Le analisi taroccate che avrebbero interessato le terre scavate smentiscono tutti, dalle Ferrovie, al Ministero dell’Ambiente, alle istituzioni toscane, fino al sindaco di Cavriglia, Ivano Ferri, che aspettava a braccia aperte quelle fanghiglie sostenendo caparbiamente che sarebbero state occasione di rinnovamento ambientale per l’area degradata di Santa Barbara. Quando alcuni tecnici del comitato incontrarono, in due assemblee, i cittadini del Valdarno, egli lanciò accuse di allarmismo, addirittura si sentì calunniato solo perché erano stati sollevati dei dubbi sulla qualità di quelle terre; il professor Alberto Ziparo, che mise in guardia dai possibili conferimenti di terre inquinate, fu zittito da urli del suddetto sindaco ed esponenti della sua maggioranza. Se queste persone fossero serie dovrebbero chiedere scusa, soprattutto ai loro concittadini.

È anche curioso che, nel marasma dentro la Regione Toscana, l’assessore all’ambiente Annarita Bramerini ricordi finalmente una cosa che il comitato denuncia da anni: che sui lavori TAV non c’è stato nessun serio controllo e che lo stesso Osservatorio Ambientale non offre garanzie di terzietà e di serietà. È il modello del “general contractor” all’italiana che genera questi mostri giuridici usati come foglie di fico su operazioni sbagliate. Chiedere la resurrezione dell’Osservatorio è solo un modo per distrarre l’attenzione dallo sfacelo in cui è piombato il progetto TAV.

Ma il finale del requiem per questo progetto è dato dalle condizioni economiche in cui versa Coopsette, impresa che ha chiesto il concordato preventivo con riserva alla sezione fallimentare del Tribunale di Reggio Emilia: l’anticamera del fallimento. Sostenere ancora che l’opera è indispensabile per la Toscana nasconde solo l’intenzione di salvare un’impresa decotta, piena di debiti, inaffidabile; vuol dire mantenere in vita un morto, un progetto zombie che sfora ormai nel grottesco.

Infine suonano sconcertanti i lamenti sui rischi per i posti di lavoro che si possono perdere per lo stop ai lavori. Da anni il comitato denuncia che i posti creati da questa opera sarebbero pochi, di qualità cattiva e che comunque, a opera realizzata, sparirebbero.

TalpaSe si volessero creare molte occasioni vere di lavoro si dovrebbe chiedere subito che i fondi che le FS hanno stanziato per i tunnel, fossero destinati al potenziamento delle linee in superficie, all’avvio di un servizio di treni metropolitani e suburbani; in questo modo si comincerebbe davvero a risolvere anche il problema della mobilità in città. Non farlo subito vuol dire non pensare a Firenze e alla Toscana, ma solo agli interessi dei costruttori.

Il Comitato No Tunnel TAV di Firenze continua la sua attività di informazione e lotta contro il progetto più devastante e inutile che interessa Firenze.


Cementificio

La combustione dei rifiuti nei cementifici

Un appello alla politica e al buon senso.

Il 23 gennaio 2013 è arrivata alla Camera la proposta di legge denominata “Utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS) in cementifici soggetti al regime dell’autorizzazione integrata ambientale”, in seguito alla sua approvazione da parte del Senato.

Il testo è consultabile cliccando qui ed è imminente la discussione per l’approvazione definitiva del testo. Qualora questo avvenga, ci sarebbe un’estrema agevolazione del procedimento autorizzativo unico necessario ai cementifici per bruciare rifiuti (sotto forma di “combustibile solido secondario”, CSS) in sostituzione parziale dei combustibili fossili. Nonostante questa pratica, economicamente conveniente per l’imprenditoria di settore, possa teoricamente comportare una riduzione di alcune emissioni di gas serra, gli svantaggi per gli italiani sarebbero enormemente maggiori rispetto ai possibili benefici, comunque ottenibili con metodi alternativi e più sostenibili.

  1. I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti con e senza l’uso dei rifiuti come combustibile e i limiti di legge per le emissioni di questi impianti sono enormemente più permissivi e soggetti a deroghe rispetto a quelli degli inceneritoriclassici. Ad esempio, considerando solo gli NOx, per un inceneritore il limite di legge è 200 mg/Nmc, mentre per un cementificio è tra 500 e 1800 mg/Nmc. Inoltre, un cementificio produce di solito almeno il triplo di CO2 rispetto a un inceneritore classico. La lieve riduzione dei gas serra ottenuta dalla sostituzione parziale dei combustibili fossili con rifiuti ridurrebbe le emissioni dei cementifici in maniera scarsamente significativa, considerata la abnorme produzione annua di CO2 da parte di questi impianti che, secondo i dati del registro europeo delle emissioni inquinanti (E-PRTR) ammonta in Italia a circa 21.237.000 tonnellate/anno. Basterebbe un piccolo aumento della capacità produttiva dei singoli impianti per recuperare abbondantemente la quantità di gas serra “risparmiata” dalla sostituzione parziale dei combustibili fossili con i rifiuti. Questi ultimi, infatti, sono economicamente molto più vantaggiosi dei combustibili tradizionali e, dunque, agirebbero da concreto incentivo all’aumento della produzione. Se l’obiettivo del legislatore è dunque quello di ridurre le emissioni inquinanti di tali impianti, sarebbe opportuno proporre, in luogo di una mera variazione di combustibile, l’imposizione di miglioramenti tecnologici e di limiti produttivi ed emissivi che possano garantire maggiormente la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
  2. La combustione di rifiuti nei cementifici comporta una variazione della tipologia emissiva di questi impianti, in particolare in merito alla emissione di diossine/composti organici clorurati e metalli pesanti. La produzione di diossine è direttamente proporzionale alla quantità di rifiuti bruciati. Riguardo alle diossine, viene sottolineato da parte dei proponenti di tale pratica come le alte temperature dei cementifici diminuiscano o addirittura eliminino le emissioni di queste sostanze, estremamente pericolose per la salute umana. Tale affermazione sarebbe invalidata da evidenze scientifiche che mostrano come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento (nella parte finale del ciclo produttivo) esse si riaggregano e si riformano. Inoltre, considerata la particolarità chimica delle diossine (inquinanti persistenti per decenni nell’ambiente e nei tessuti biologici, dove si accumulano nel tempo), l’eventuale riduzione quantitativa della concentrazione di diossine nelle emissioni dei cementifici sarebbe abbondantemente compensata dall’elevato volume emissivo tipico di questi impianti. È stato dimostrato che la combustione di CSS nei cementifici causa un significativo incremento delle emissioni di metalli pesanti, in particolare mercurio, enormemente pericolosi per la salute umana. È stato calcolato che la combustione di una tonnellata di CSS in un cementificio in sostituzione parziale di combustibili fossili causa un incremento di 421 mg nelle emissioni di mercurio, 4.1 mg in quelle di piombo, 1.1 mg in riferimento al cadmio. Particolari criticità dovute alla tipologia di rifiuti bruciati sono state riportate in merito alle emissioni di piombo.
  3. L’utilizzo del CSS nei cementifici prevede l’inglobamento delle ceneri tossiche prodotte dalla combustione dei rifiuti (di solito smaltite in discariche per rifiuti speciali pericolosi) nel clinker/cemento prodotto. Questo comporta rischi potenziali per la salute dei lavoratori e possibili rischi ambientali per l’eventuale rilascio nell’ambiente di sostanze tossiche. Inoltre, le caratteristiche fisiche del cemento potrebbero essere alterate dalla presenza di scorie da combustione in modo tale da non renderlo universalmente utilizzabile.
  4. La destinazione dei rifiuti a pratiche di incenerimento è contraria alla recente raccomandazione del Parlamento Europeo (A7-0161/2012, adottata a Maggio 2012), di rispettare la gerarchia dei rifiuti e di intraprendere con decisione, entro il prossimo decennio, la strada dell’abbandono delle pratiche di incenerimento di materie recuperabili in altro modo. Una politica finalizzata alla transizione dal concetto di rifiuto a quello di risorsa, che preveda una progressiva riduzione della quantità di rifiuti prodotti e una concreta politica di riutilizzo della materia attraverso trattamenti a freddo, sarebbe pratica decisamente più sostenibile, economicamente vantaggiosa e orientata al bene comune di quanto sia qualunque scelta che comporti forme di incentivo alla combustione. L’Italia è la nazione Europea con il maggior numero di cementifici e questi impianti causano conseguenze misurabili sulla salute dei residenti nei territori limitrofi, in particolare in età pediatrica. L’incentivazione e l’agevolazione della combustione dei rifiuti nei cementifici potrebbe produrre significative conseguenze ambientali, sanitarie ed economiche e sarebbe ad unico vantaggio dei produttori di CSS e dei proprietari di cementifici. Per le ragioni esposte, sarebbe assolutamente opportuno evitare l’approvazione del D.Lgs. denominato “Utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS) in cementifici soggetti al regime dell’autorizzazione integrata ambientale” e prevedere, nel corso della prossima legislatura, una serie di misure finalizzate a rendere maggiormente sostenibile nel nostro Paese sia la produzione di cemento che la gestione dei rifiuti.

Autore: Dr. Agostino Di Ciaula – ISDE Italia